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Rim 2021: Italiani nel Regno Unito tra Brexit e pandemia

21 nov 2021
Tempo di lettura: 4 min

Tra i tanti approfondimenti contenuti nel Rapporto Italiani nel Mondo 2021, prezioso strumento edito dalla Fondazione Migrantes curato da Delfina Licata, ce n’é uno dedicato agli “Italiani nel Regno Unito tra Brexit e pandemia”.

Ne riportiamo di seguito una sintesi.

“Il notevole aumento del numero di cittadini italiani residenti sul suolo britannico, segnato anche dal picco di registrazioni a partire da giugno 2016 (data del referendum sulla Brexit), è il risultato di due fattori. Da un lato, riflette il tentativo da parte dei connazionali di salvaguardare il proprio diritto di rimanere nel Regno Unito dopo la Brexit: molte persone si sono iscritte nell’errata convinzione che la registrazione all’AIRE coincidesse con una regolarizzazione anche con le autorità britanniche.

Parallelamente, l’assunzione di nuovo personale presso i Consolati italiani nel Regno Unito ha permesso lo smaltimento delle pratiche che si erano accumulate nel corso dei mesi, aumentando ulteriormente il dato reale dei flussi migratori. Dall’altro lato, l’incremento del numero di italiani nel Regno Unito riflette la costante crescita dell’emigrazione italiana nell’ultimo decennio.

Lungi dall’essere una mera “fuga di cervelli”, la recente emigrazione italiana mostra un carattere complesso che coinvolge cittadini di tutte le età e titolo di istruzione. Ai lavoratori altamente qualificati che puntano all’estero per le prospettive di carriera e di guadagno, si aggiungono coloro che si spostano alla ricerca di lavoro o in occupazioni a tempo determinato e spesso non qualificati, in settori che vanno dalla ristorazione alle costruzioni, dal manifatturiero alle strutture di ricezione.

Questo fenomeno è in gran parte effetto della crisi economica e sociale dell’Italia del 2007- 2012 – l’incremento annuale aumenta sensibilmente a partire dal 2011, quando la crisi del debito sovrano colpì l’Italia – che ha negato a molti lavoro e diritti e li ha spinti a cercare fortuna altrove.

L’inchiesta dell’Associazione Manifesto di Londra offre elementi importanti per comprendere la varietà di motivi per cui gli italiani decidono di rimanere all’estero e per i quali a volte non rientrano in Italia nonostante lo desiderino. Il mercato del lavoro emerge come il fattore determinante. Il 44,4% delle persone che hanno risposto all’inchiesta, infatti, dichiara di continuare a preferire di vivere nel Regno Unito considerandolo la propria nuova casa: il 18,4% degli intervistati vi ha la propria famiglia, mentre il 27,7% non nutre interesse a voler rientrare in Italia. Il 14,6% non vuole andarsene per paura di perdere i diritti acquisiti nel Regno Unito.

L’altra metà dei rispondenti desidererebbe tornare in Italia: alcuni già lo pensavano a causa della Brexit e la pandemia ha dato un’accelerata ai piani; altri hanno già fatto piani concreti; altri ancora vorrebbero tornare, ma non ne vedono la possibilità a breve. In quest’ultimo caso, il timore principale è quello di non riuscire ad accettare o ad adattarsi alle condizioni lavorative in Italia.

Fra le cause dell’impossibilità di ritornare in Italia, quasi tutte sono imputabili al mondo del lavoro: maggiore difficoltà a fare carriera e mancanza di meritocrazia (58,2%), un mercato del lavoro poco dinamico (49,6%), remunerazione più bassa (43,6%) e mancanza di un ambiente di lavoro stimolante o internazionale (47,6%).

Tuttavia, dalla sua introduzione ufficiale il 31 gennaio 2021, la Brexit ha fatto venire meno molte delle ragioni che rendevano la Gran Bretagna una meta privilegiata di emigrazione. La transizione è stata particolarmente traumatica perché è avvenuta nel pieno della seconda ondata di Covid-19, in un momento cioè in cui la certezza della tutela dei diritti di mobilità internazionale e di cittadinanza e l’omogeneità del quadro normativo internazionale sarebbero stati più importanti che mai.

Con la Brexit i cittadini italiani (ed europei) si sono dovuti confrontare con ostacoli burocratici al pieno godimento dei diritti di cittadinanza e un regime migratorio disegnato per sfavorire l’immigrazione economica.

Dalle indagini condotte dal Manifesto di Londra è emerso come, nonostante le restrizioni e le difficoltà a varcare le frontiere, il rientro temporaneo o permanente in patria sia stato avvertito da molti come un’esigenza prioritaria. Nel corso della prima ondata della pandemia, il 9% dei rispondenti all’inchiesta è rientrato in Italia.

Le categorie che hanno maggiormente sfruttato questa opportunità sono coloro che hanno avuto l’opportunità di lavorare da remoto oppure coloro con responsabilità o legami familiari in Italia.

A distanza di un anno, a giugno 2021, la seconda inchiesta ha registrato che la percentuale di italiani che ha scelto di rientrare in Italia è scesa al 5,5%. Tra le motivazioni addotte ci sono i legami familiari e il profondo senso di insicurezza derivante dalla gestione della pandemia da parte delle autorità britanniche. Le categorie che più hanno fatto rientro in Italia sono coloro che hanno vissuto per pochi anni in Gran Bretagna e che durante la pandemia sono rimasti disoccupati.

A ciò si aggiunge che l’1,6% dei rispondenti ha deciso di lasciare il Regno Unito per spostarsi in un paese diverso dall’Italia in seguito a un’offerta di lavoro ricevuta, alla volontà di rimanere vicino ad affetti e familiari e al desiderio di lasciare una nazione non ritenuta più ospitale. Inoltre, la concomitanza di Brexit e pandemia ha fatto crescere il numero di italiani che pensano di volere lasciare il Regno Unito: se a giugno 2020 il 12% delle persone intervistate dall’Associazione Manifesto di Londra stavano pensando di cambiare residenza, a giugno 2021 il 12,8% aveva già lasciato il Regno Unito o aveva piani concreti per lasciarlo, a cui si aggiunge un ulteriore 20,8% di persone che vorrebbe rientrare in Italia, ma ritiene che sia difficilmente possibile”.


(aise)

 
 
 

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