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GLI ITALIANI IN SVIZZERA 1970-1990: L’ASSOCIAZIONISMO – DI GIOVANNI LONGU



BERNA\ aise\ - Qualsiasi narrazione dell’immigrazione italiana in Svizzera non può fare a meno di riflettere almeno succintamente su una sua manifestazione tipica: l’associazionismo. Esso ha assunto nel tempo forme talmente diverse da risultare difficile trovare un comune denominatore, se non quello dell’aggregazione spontanea di immigrati specialmente in funzione protettiva, rivendicativa e promotiva. Nel periodo in esame (1970-1990), forse quello della massima diffusione delle forme associative, si è avuta probabilmente la più profonda trasformazione dell’associazionismo tradizionale. Essa merita sicuramente qualche considerazione, soprattutto alla luce dei cambiamenti intervenuti in seno alla collettività italiana immigrata. Boom dell’associazionismo Le Case d’Italia sono state in passato importanti centri dell’associazionismo italiano; oggi lo sono di meno. L’associazionismo è una forma organizzativa tipica degli immigrati italiani in Svizzera fin dall’Ottocento. Allora esso aveva soprattutto una funzione difensiva e protettiva (contro le conseguenze di eventi dannosi quali licenziamenti, infortuni, decessi, povertà), affidata alle numerose associazioni di assistenza, mutuo soccorso e beneficenza sparse in tutta la Svizzera. All’inizio del Novecento erano molto diffuse soprattutto tra gli addetti all’edilizia e al genio civile, in maggioranza italiani. Dovevano essere anche molto attive perché influirono sullo sviluppo delle organizzazioni sindacali e del partito socialista svizzero (fondato nel 1870). Con lo sviluppo dei sindacati e dello Stato sociale molte organizzazioni italiane scomparvero o si trasformarono, anche se lo scopo dell’assistenza ai più bisognosi sarà presente anche in numerose associazioni del secondo dopoguerra. Al loro posto sorsero e si svilupparono altre organizzazioni ben caratterizzate politicamente, socialmente e culturalmente, dando luogo, negli anni Sessanta e Settanta, a una miriade di associazioni. Nel periodo in esame, la motivazione principale che spingeva la maggior parte dei membri delle associazioni a farne parte non era tuttavia riconducibile a finalità politiche, artistiche o culturali, ma era il tentativo di superare la condizione penosa che si venne a creare tra gli italiani con l’avvento dell’immigrazione di massa degli anni Sessanta e l’espandersi della xenofobia. In quel periodo, la funzione più importante dell’associazionismo era la protezione della propria salute psichica contro i rischi dell’isolamento, dell’incomunicabilità, della frustrazione, della nostalgia, della depressione. Per questa ragione, a prescindere da motivi specifici senz’altro anche presenti, ebbero uno sviluppo straordinario le Case d’Italia, le Missioni cattoliche, le Colonie libere, le Società Dante Alighieri, le associazioni nazionali e regionali (in particolare quelle con annesso ristorante), i club sportivi e ricreativi, ecc. Associazioni di scopo Accanto alle associazioni a carattere aggregativo ad ampio spettro ne sorsero e se ne diffusero anche altre con finalità specifiche. Due in particolare meritano di essere evidenziate perché sono state probabilmente quelle che hanno inciso maggiormente sull’integrazione delle seconde generazioni: i comitati dei genitori e le organizzazioni di formazione professionale. I comitati dei genitori furono le associazioni di italiani che meglio interpretarono le esigenze e le possibilità delle giovani generazioni di superare le principali difficoltà incontrate dagli adulti nella convivenza con la popolazione locale e di intraprendere con sicurezza, attraverso la conoscenza della lingua locale e la riuscita scolastica, la strada della piena parità sociale e professionale rispetto ai coetanei svizzeri. Le organizzazioni dedicate alla formazione professionale, con capofila il CISAP (Centro Italo-Svizzero di Addestramento Professionale), attivo fin dal 1966, negli anni Settanta e Ottanta furono le prime a tentare di agevolare l’integrazione professionale degli immigrati italiani (a cui si aggregarono in seguito anche immigrati di altre nazionalità) offrendo loro di imparare un mestiere seguendo il programma di apprendimento teorico e pratico sul quale si formava il personale qualificato in Svizzera. Associazioni d’intesa ma inefficaci C’è stato un momento, alla fine degli anni Sessanta, in cui l’associazionismo italiano credette di poter svolgere, se unito, un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’immigrazione italiana. Nel 1970 le principali associazioni (orientate politicamente a sinistra) si accordarono a Lucerna per costituire un grande organismo unitario, il Comitato nazionale d’intesa (CNI). Questo organismo si proponeva non solo di aggregare il meglio dell’associazionismo presente in Svizzera, ma anche di usare il maggior peso raggiunto per influire sulla politica emigratoria italiana e sulla politica immigratoria svizzera. In realtà, pur moltiplicando le sue attività non riuscì mai ad incidere significativamente né sulla parte italiana né sulla parte svizzera. Il fatto che il CNI fosse nato e dominato da associazioni di sinistra lo rendeva poco attendibile sia nei palazzi romani (dove il potere democristiano prevaleva su quello comunista) che nei palazzi svizzeri (dove la diffidenza nei confronti della sinistra, spesso etichettata genericamente come «comunista», era una costante). Questo spiega perché gran parte delle rivendicazioni del CNI non vennero mai soddisfatte pienamente. La funzione rivendicativa per essere efficace avrebbe dovuto essere accompagnata da una forte capacità propositiva, ma molto spesso le rivendicazioni italiane apparivano inaccettabili alle autorità svizzere e insostenibili alle stesse rappresentanze italiane, per esempio in occasione delle riunioni delle commissioni miste previste dagli accordi italo-svizzeri sull’emigrazione. Gran parte dei miglioramenti ottenuti in quelle sedi (per esempio in materia di sicurezza sociale, ricongiungimento familiare, promozione della formazione professionale degli stranieri, ecc.) non corrispondevano alle rivendicazioni delle organizzazioni degli immigrati ma a richieste più moderate dei commissari italiani. Un altro grande limite del CNI e di alcune grandi associazioni d’immigrati italiani è stato quello di essere troppo orientato all’Italia, dimenticando che in Svizzera le rivendicazioni, anche quelle riguardanti in modo particolare gli stranieri, hanno successo solo se sono sostenute dalle istanze svizzere, politiche, sindacali, culturali, sociali. In più occasioni, per esempio, i sindacati svizzeri disapprovarono vari tentativi di scavalcamento di organizzazioni italiane in materia di lavoro e sicurezza sociale. Oggi si sa che molte conquiste dell’immigrazione sono state rese possibili da pressioni politiche svizzere, da interventi discreti delle rappresentanze diplomatiche italiane, da mediazioni sindacali svizzere, perché ad avere a cuore le sorti e il benessere degli italiani non erano solo esponenti delle associazioni d’immigrati, ma anche tante personalità del mondo politico, culturale e sindacale svizzero. L’associazionismo italiano oggi L’associazionismo italiano di oggi è ben diverso da quello del passato e qualsiasi confronto risulta alquanto difficile se non impossibile. Eppure c’è sempre qualcuno che ci prova. Per i nostalgici è possibile che quello attuale, in formato decisamente ridotto rispetto a quello tradizionale, appaia meno profondo e meno coinvolgente. Alcune caratteristiche fondamentali sarebbero addirittura (quasi) scomparse, come la solidarietà, la socialità, la convivialità, l’affiatamento, l’intimità e altre. Per altri, invece, appartenenti per lo più alla seconda generazione, l’associazionismo tradizionale avrebbe fatto il suo tempo e tenerlo ancora in vita sarebbe una forzatura, tanto più che non trova alcun seguito tra i giovani, di cui non percepisce i problemi, le aspirazioni, gli interessi. Solo le Università delle tre età riescono ancora ad interessare regolarmente molti immigrati. Senza pretendere di dirimere la questione per la ragione già detta, non c’è dubbio che buona parte delle associazioni attive negli anni Settanta e Ottanta non esiste più e che quelle residuali continuano ad occuparsi degli stessi problemi e degli stessi interessi (pensioni, tasse, assistenza, attività dei Comites, del CGIE, elezioni, ecc.). Sarebbe sorprendente se qualcuno pensasse davvero che molti immigrati italiani vivano ancora di nostalgia, di preoccupazioni per la casa (in Italia) o pensando alla pensione italiana. Eppure si ha talvolta l’impressione che molti rappresentanti di vecchie associazioni non si rendano ancora ben conto che non solo il mondo, i rapporti internazionali, i concetti di patria, di frontiera, di cultura, di politica, di «casa», il valoro del passaporto… sono cambiati o stanno velocemente cambiando, ma anche la mobilità delle persone, la cosiddetta «emigrazione» e «immigrazione»… sono cambiate o stanno cambiando. Quando nel 2015 per le elezioni dei Comites ha votato nel mondo appena il 6,5% degli aventi diritto e i voti validi sono stati meno del 4%, qualche rappresentante delle associazioni di immigrati si è chiesto come mai? E si è chiesto qual è il rapporto dei giovani italiani con la politica o perché i giovani non frequentano le associazioni tradizionali? Sarebbe tuttavia ingiusto riversare le responsabilità dello scollamento tra giovani e anziani solo su questi, perché anche ai primi si dovrebbe chiedere cosa facciano o intendano fare per non spezzare la catena generazionale anche in emigrazione. Dalle eventuali risposte potrebbe nascere anche un nuovo associazionismo. (giovanni longu\aise)


14/02/2021

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