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Da Piacenza in Norvegia passando per Nottingham e Aberdeen: Chiara Isola si racconta a Migrer


“Come scrisse Gabriel Garcia Marquez, gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce: la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé, e anch’io sono nata due volte. Bambina, la prima, un giorno di primavera nella Pianura Padana terra di Don Camillo e Peppone lungo il fiume Po, e la seconda dieci anni fa quando la mia storia di expat è iniziata verso il Regno Unito e poi la Norvegia”. A scrivere è Chiara Isola, che ha raccontato la sua storia in queste ore su Migrer, il Museo Virtuale dell’Emigrazione Emiliano-Romagnola.

“Avevo già avuto sentore che la via verso il mondo lavorativo non fosse priva di ostacoli aggiuntivi per le ragazze italiane, quando da ventenne dopo la triennale di Ingegneria presso il Politecnico di Milano e un tirocinio presso Arpa, mi presi una pausa per valutare se iscrivermi alla laurea magistrale in base alla presenza di opportunità lavorative. Mi registrai presso una nota agenzia di lavoro interinale: dopo aver aspettato un certo tempo, il responsabile mi disse che gli erano pervenute alcune offerte calzanti il mio profilo ma che aveva tempo di discuterle solo in pausa pranzo. Lì per lì mi sembrò una richiesta anche credibile, ma quando durante il pranzo mi disse che aveva possibilità di discuterne i dettagli solo durante una cena, mi alzai decidendo di continuare il mio percorso universitario.

Quest’esperienza, unita ad una seconda offerta di tirocinio senza prospettive di inserimento lavorativo, ma anche alla qualità della vita che vedeva il paesaggio bucolico agricolturale al quale ero molto affezionata, diventare sempre più cementificato ed inquinato, mi fecero tirare i remi in barca, mollare gli ormeggi e partire attraversando La Manica. Infatti, durante un corso di formazione presso il Nottingham Geospatial Institute ebbi la possibilità di conoscere ricercatori, expat e professionisti di alto livello ottenendo l’opportunità di tentare un’avventura lavorativa nel Regno Unito. Con me avevo una piccola valigia, la mia istruzione, l’aver venduto con un contratto in esclusiva un mio innovativo sistema software di ingegneria ad un grande azienda, e tante incognite sul futuro.

Il Regno Unito mi ha dato tantissimo ed è una nazione straordinaria che porto nel cuore. Durante un colloquio in Scozia, a causa di una cultura italiana dove per vari motivi avevo assorbito l’idea che essendo donna avevo tutto da dimostrare, volevo a tutti i costi far emergere il fatto che potevo lavorare nell’ Oil & Gas e offshore, a bordo di grandi navi da costruzione, minimizzando se non annullando la mia identità femminile. Ricordo che mi affannai con enfasi nel convincere i due dirigenti a dir poco stupiti con queste parole: “Voi mi vedete come donna, ma io non sono una donna: io sono un uomo!”. Ovviamente mi riferivo alle missioni offshore e mansioni pratiche che avrei avuto la capacità di svolgere e mi ingolfai citando la mia passione per la barca a vela, esplorazione dei relitti nella subacquea, l’arrampicata sportiva e il paracadutismo civile. Questo non fece che aumentare il comico fraintendimento, dato che loro mi vedevano invece come una normale professionista, una candidata per un lavoro senza nessun bias di genere in questo senso. Chiarito quindi il punto che ero una donna biologica e non un uomo (anche se per loro non avrebbe fatto alcuna differenza), mi dettero una matita, un foglio, una calcolatrice e un problema di statistica afferente alla precisione dell’installazione un’infrastruttura in campo dinamico. Mi dissero di risolverlo davanti a loro, corredato da alcune domande tecniche di ingegneria: e fu così che fui assunta con una valutazione basata puramente sulle mie competenze.

In azienda investirono da subito molto su di me in termini di corsi di formazione tecnica, ma anche sicurezza. Quest’ambito incluse la gestione incendi, rianimazione/primo soccorso e l’essere allacciata in una carlinga di un elicottero capovolto, immerso in una piscina dove a testa in giù e con la vista appannata si doveva abbattere finestrino e nuotare per uscire. Ciò per simulare eventi di emergenza che si potevano verificare a bordo degli elicotteri in fase di trasferimento offshore. Ovviamente sarebbe stata tutt’altra cosa il dover riproporre le stesse manovre in un evento reale, in un elicottero in fase di affondamento nelle gelide acque del Mare del Nord dopo un impatto, magari durante un episodio di mal tempo.

Il quartier generale dell’azienda era norvegese e quindi il passo verso la Norvegia è stato, negli anni successivi, conseguente. Sto scrivendo questa mia storia di donna expat STEM per la Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo dalla veranda della casa sul mare con una vista magnifica sulle Alpi di Sunnmøre: sui fiordi Norvegesi della bellissima regione del Møre og Romsdal la quale annovera città come Molde, Ålesund (la Venezia del Nord), o attrazioni come le strade panoramiche di Atlanterhavsvegen o Trollstigen e il fiordo UNESCO di Geiranger patrimonio dell’umanità.

In Norvegia, Scozia e Italia, ci sono state tante persone che mi sono state di ispirazione, mi hanno aiutato, supportato e accolto. Le difficoltà ora sembrano un ricordo, ma ci sono state e sono state intense. Ricordo le serate lontana dall’Italia a piangere da sola perché avevo paura di non riuscire il giorno dopo a svolgere il lavoro al meglio o perché avevo preso un’influenza troppo potente per potermi recare dal medico per farmi fare una ricetta. O quando una bizzarra agenzia di affitti nel Regno Unito mi disse che purtroppo non affittavano a stranieri, nemmeno a persone che avevano come me un solido contratto di lavoro a tempo indeterminato in un’azienda prestigiosa. Ricordo la volontà e la tenacia però nel voler trovare soluzioni senza darmi per vinta. In quel caso non mi scomposi, ma offrii sei mesi anticipati di affitto all’agenzia dove il “landlord” cambiò immediatamente idea, mentre nei momenti di sconforto più intenso mi detti la regola di andare a mangiare in un buon ristorante in modo da aggiungere una nota positiva a giornate “da dimenticare”.

Il volontariato ed attività pro bono hanno fatto parte del mio percorso di integrazione, ho infatti cercato di contribuire in modo positivo nelle società alle quali chiedevo di farmi posto rispettandone costumi e regole. In questo contesto ho fatto parte della SSU (Swedish Social Democratic Youth League), sono attualmente eletta Consigliere del Partito Laburista Norvegese della città di Molde presieduto dalla formidabile Hege Merethe Gagnat e nella rappresentanza di Norvegia e Islanda quale Consigliere Comites 2022-2026. Questo Comitato è organo di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari ai sensi della Legge 286/2003. Qui cerchiamo di portare alto il nome delle nostre regioni di appartenenza, ma anche la presenza femminile nelle rappresentanze italiane avendo come Presidente Elisabetta Cassina e come Vice-Presidente Sara Barsotti.

Ho anche fatto parte dell’associazione di volontari scozzesi Clan House Cancer Support per il supporto ai malati in cui ricordo una prevalenza di volontarie, della Croce Rossa Norvegese e Ingegneri senza Frontiere UK. Un’altra associazione di cui sono orgogliosa di aver fatto parte è l’European Women's Management Development network (EWMD), con Presidente Fulvia Astolfi, cui obiettivo principale è aumentare la visibilità e la partecipazione delle donne nel business e nella società in quelle posizioni limitate dal cosiddetto “soffitto di cristallo”. Ciò in aggiunta al volontariato nella Junior Chamber lnternational (JCI), la più grande organizzazione a livello mondiale composta da giovani imprenditori, professionisti (e non) attivi nelle proprie comunità affinché si facciano promotori di positivi cambiamenti nel mondo. E questo è un po’ il senso della mia attività sia professionale che privata.

Credo che il mio futuro sia nel campo della ricerca pubblica fuori dall’Italia. Trovo troppe difficoltà nel settore tecnico privato in fase di selezione in Italia quando cerco opportunità per rientrare, purtroppo dovute a pregiudizi verso la vita privata, competenza o la capacità di crescere professionalmente delle donne in azienda. Ciò, nonostante faccia parte della categoria privilegiata dei professionisti ad alta specializzazione. Da studente-lavoratrice STEM o come si dice “lifelong learner”, ho ottenuto la maturità scientifica con il massimo dei voti, mi sono poi laureata in ingegneria presso il Politecnico di Milano, proseguendo con Lode presso La Sapienza, “con Distinction” all’University of Strathclyde (Regno Unito) e il Blekinge Institute of Technology dove ho conseguito l’MBA per ingegneri in Economia e Gestione Aziendale. E’ stata una soddisfazione in quanto gli MBA sono titoli di studio di valore e molto costosi, ma la mia retta è stata a carico dello Stato svedese che ammette i migliori professionisti dopo una agguerrita selezione internazionale.

In Italia ho trovato un grande reservoir di potenziale purtroppo poco utilizzato nell’alternanza e sovrapposizione tra periodi di formazione universitaria, lavorativa e ricerca accademica per professionisti non più alle prime armi come me. Ho toccato con mano come i professori preferiscano per un dottorato i loro studenti con sola esperienza universitaria o di ricerca accademica. Al contrario, ho notato come formae mentis multidisciplinari che padroneggino il linguaggio del business e non solo quello accademico, sia formate dall’esperienza, possano alzare il livello del confronto docente-studente nelle aule, e come generino spesso quel tipo di innovazione che può aiutarci ad affrontare sfide sempre più complesse. Mi riferisco a quelle del nostro sistema socio-economico che cerca di coniugare mondo accademico, sviluppo economico, industriale, qualità della vita, sostenibilità, difesa del clima, approvvigionamento energetico, scelte della pubblica amministrazione e necessità aziendali. Questo senza nulla togliere all’importanza della ricerca pura, che però è difficilmente approcciabile dalla maggior parte delle aziende che cercano di innovarsi.

Considero questo reservoir come una vena aurifera cruciale per il futuro globale, anche se poco incoraggiata dagli istituti universitari italiani. Infatti, sono stati proprio questi periodi di alternanza alla base di quegli input creativi che mi hanno permesso di produrre un’innovazione utile alle aziende con le quali mi sono relazionata. Nell’ingegneria civile-ambientale come sopra accennato, ma anche con una collaborazione che ha portato alla presentazione di un progetto presso Ericsson’s Technology Incubator in Svezia e ad una startup in Norvegia. Le innovazioni sono ciò su cui si basa il futuro. La capacità di trasformare un'idea da opportunità in una fiorente offerta commerciale è vitale per le aziende tecnologiche se vogliono rimanere competitive.

Non ho comunque completamente lasciato l’Italia dal punto di vista professionale dove svolgo ancora attività di formazione e consulenza manageriale. Inoltre, la fiducia della Direttrice di EPC Editore Laura Lavarello mi ha permesso di diventare autrice di due libri: “Big Data per le PMI. Guida al vantaggio competitivo” e “Metodi quantitativi per l’Energy Management. Dal Global Service all’Energy Performance Contract”, disponibili su Mondadori Store. Per il futuro però mi piacerebbe mettere a frutto tutte queste attività ed esperienze assieme alle pubblicazioni scientifiche per ottenere una posizione permanente in un ente di ricerca scandinavo, alla conclusione del mio dottorato focalizzato su sostenibilità e intelligenza artificiale per le gare d’appalto.

Il mio sogno però è sempre stato quello di fare un lavoro che creasse lavoro. Ho recentemente aperto la mia startup, Sealution, che ha ricevuto fondi pubblici indirizzati alla ricerca in merito ad alcuni brevetti che stiamo sviluppando nel campo “green”. Spero di poterla scalare nel prossimo futuro con alcuni investitori ESG negli USA tramite l’incubatore a New York dal quale l’idea è attualmente seguita. Vedremo come andrà questa nuova avventura nel campo dell’imprenditoria al femminile.

Nonostante i programmi per l’estero, rimango comunque molto legata alla mia regione, l’Emilia Romagna: all’alta Val Trebbia terra di origine dal mio papà e della Bassa Padana del fiume Po della quale è originaria la famiglia di agricoltori della mia mamma. Luoghi ricchi di arte, natura e storia che visito quando posso e faccio conoscere con piacere ai miei colleghi esteri. Non vedo l’ora che venga inaugurato nel 2023 l’anno del turismo di ritorno, quello della “nostalgia” e delle radici, per poter far conoscere ai miei colleghi esteri i “miei” borghi e luoghi dell’infanzia attualmente fuori dalle maggiori rotte turistiche.

Di solito scrivo in campo tecnico, ma spero che nonostante lo stile imperfetto questa storia vi sia piaciuta e che possa essere utile alle nuove generazioni di ragazze STEM, cioè specializzate in Science, Technology, Engineering and Mathematics. Nella mia famiglia sono stata la prima a scegliere un percorso di studi e una carriera considerati prettamente maschili e ricordo come i familiari a me più vicini abbiano cercato di dissuadermi già dalla scelta delle scuole superiori: prospettandomi una visione realistica delle difficoltà nel mondo del lavoro che avrei poi potuto incontrare.

Ma tutto è possibile, e come disse Lawrence d'Arabia “Tutti gli esseri umani sognano ma non allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi delle loro menti si svegliano al mattino per scoprirne la fatuità, ma i sognatori del giorno possono agire sul loro sogno con occhi aperti, per renderlo possibile.” Ecco, il mio augurio ragazze è che siate “sognatrici del giorno”, e che rendiate possibile il futuro che voi immaginate per voi stesse”. (aise)

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